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Leonardo da Vinci: il Trattato della pittura

17 Aprile 2021 | Filippo Infosini

Gli anni milanesi sono senz’altro i più felici per Leonardo da Vinci, quelli in cui la sua fama travalica i confini della penisola italiana, in cui, senza pressioni, è libero di creare e disfare, osservare e riflettere. Sono anche gli anni in cui si fa più intensa la sua attività di teorico. Le sue annotazioni sulla pittura saranno poi raccolte e ordinate da Francesco Melzi nel Trattato della Pittura.

Immagine di una pagina del “Trattato della pittura”, manoscritto del XVI secolo. — Fonte: Ansa

Il trattato leonardesco si inserisce pienamente nel dibattito rinascimentale sulle arti e costituisce una tappa importante della battaglia che, dal ‘400 in poi, gli artisti conducono per il riconoscimento del loro ruolo di intellettuali. L’arte figurativa, il disegno e le sue applicazioni in pittura, scultura e architettura sono infatti considerate attività ascrivibili alle arti meccaniche. Artista è colui che possiede un’abilità tecnica, che lavora con le mani alla stregua di qualsiasi altro artigiano (un fabbro, un falegname, un tessitore…), un’abilità che deriva dalla pratica non da facoltà speculative come nel caso della matematica, della musica, delle lettere, dette appunto arti liberali.    

Nella prima parte del trattato Leonardo da Vinci scioglie l’interrogativo se l’arte figurativa possa o meno essere considerata una scienza, cioè un’attività che coinvolge l’intelletto e non semplicemente un’abilità manuale. Attraverso una serie di passaggi dimostra che non solo si tratta di una forma speculativa ma che essa sia anche la più alta, raffinata e complessa. Che racchiuda in sé non solo capacità conoscitive ma anche creatrici. Nel capitolo nono si legge come il pittore è signore d’ogni sorta di gente e di tutte le cose: «Il pittore è padrone di tutte le cose che possono cadere in pensiero all’uomo, perciocché s’egli ha desiderio di vedere bellezze che lo innamorino, egli è signore di generarle, e se vuol vedere cose mostruose che spaventino, o che sieno buffonesche e risibili, o veramente compassionevoli, ei n’è signore e creatore. E se vuol generare siti deserti, luoghi ombrosi o freschi ne’ tempi caldi, esso li figura, e così luoghi caldi ne’ tempi freddi. Se vuol valli, il simile; se vuole dalle alte cime di monti scoprire gran campagna, e se vuole dopo quelle vedere l’orizzonte del mare, egli n’è signore; e così pure se dalle basse valli vuol vedere gli alti monti, o dagli alti monti le basse valli e spiaggie. Ed in effetto ciò che è nell’universo per essenza, presenza o immaginazione, esso lo ha prima nella mente, e poi nelle mani, e quelle sono di tanta eccellenza, che in pari tempo generano una proporzionata armonia in un solo sguardo qual fanno le cose».    

La seconda parte affronta l’altra vexata quaestio del secolo, ovvero la preminenza delle arti. Una volta stabilito che l’arte figurativa è un prodotto del pensiero prima ancora che delle mani, resta da stabilire quale sia tra tutte le arti (liberali) quella più importante, la più completa. Per Leonardo si tratta senz’altro della pittura, superiore alla poesia, alla musica e alla scultura. Affermazione quest’ultima che susciterà le ire di Michelangelo.  

La terza e più estesa parte costituisce infine una sorta di manuale, una serie di consigli sulla formazione del pittore e sul modo migliore di eseguire tutto quello che la natura offre agli occhi, dal paesaggio, al corpo umano, dagli animali alle piante, dalle nubi ai fili d’erba.    

CuriositàLeonardo scriveva da destra verso sinistra e per leggere i suoi manoscritti è necessario appoggiare uno specchio alla pagina. Si tratta probabilmente di un vezzo adottato dall’artista per manifestare la sua abilità o di un metodo per tenere le sue annotazioni a riparo da sguardi indiscreti. La sua scrittura è comunque fluida, sicura d priva di errori. Questa capacità è tipica di chi usa con disinvoltura sia la mano destra che la sinistra.

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