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Il Cenacolo o l’Ultima Cena

14 Aprile 2021 | Filippo Infosini

Il grande dipinto murale (4,60 per 8,80 m) viene eseguito tra il 1495 e il 1497, per la committenza di Ludovico Sforza che già da alcuni anni si sta occupando di ristrutturare il convento domenicano di Santa Maria delle Grazie. L’opera, destinata ad abbellire il refettorio, rappresenta il celebre episodio evangelico dell’ultima cena, il momento in cui Cristo celebra con i suoi discepoli la Pasqua ebraica e che apre il capitolo drammatico della Passione.

“Cenacolo” di Ognissanti, 1480, Domenico Ghirlandaio — Fonte: Ansa

Il tema è tra i più trattati dai pittori di tutte le epoche e proprio a Firenze nel corso del ‘400 vengono realizzati due grandi affreschi con il medesimo soggetto: l’Ultima Cena di Andrea del Castagno nel refettorio di Santa Apollonia e quella di Domenico Ghirlandaio nel refettorio di Ognissanti, opere che sicuramente Leonardo da Vinci conosce e che deliberatamente non tiene in alcun conto quale riferimento per il suo dipinto. Gli affreschi fiorentini, in linea con la tradizione, mostrano il momento dell’istituzione dell’Eucarestia. Cristo è raffigurato nell’atto di spezzare il pane e gli apostoli sono ordinatamente disposti lungo lo stesso lato della tavola, con la sola eccezione di Giuda, posto di spalle e sul lato opposto.     

Leonardo da Vinci, innovatore e sperimentatore anche nei soggetti sacri, sceglie invece il momento in cui Cristo preannuncia il tradimento: «In verità, in verità vi dico “uno di voi mi tradirà”. I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. Ora uno dei suoi discepoli, quello da Gesù prediletto, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: domanda chi è quello di cui parla.» (Gv., 13, 21-24). È un momento drammatico che suscita sgomento, che genera domande e reazioni agitate, che dà a Leonardo la possibilità di sperimentare espressioni, gesti, attitudini, quelli che lui definisce “i moti dell’animo”. La rigida simmetria dei dipinti toscani si scioglie in una disposizione più naturale che, mediante l’inserimento dei personaggi in gruppi da tre, conferisce alla scena senso di moto e di comunicazione.     

Leggendo la scena da sinistra incontriamo il gruppo composto da Bartolomeo, Giacomo minore e Andrea. Il primo si solleva in piedi e appoggia le mani sul tavolo con un gesto di sdegno talmente eloquente che sembra quasi di avvertire il rumore di quei palmi sbattuti sul piano. Anche gli altri due si sono alzati, Andrea si esprime anch’esso con le mani, sollevandole e rivolgendo i palmi allo spettatore, in segno di diniego e rifiuto. Giacomo, che si trova al centro del gruppo, è spaventato, cerca di parlare con Pietro e richiama la sua attenzione appoggiandogli la mano sulla spalla, gesto che ci spinge a guardare la reazione del gruppo successivo.  

Pietro, il successore, il più anziano e autorevole, è più controllato, si china verso Giovanni, il più giovane e prediletto da Gesù, e quasi all’orecchio gli suggerisce di chiedere chi sia il traditore. Giovanni china il capo in una espressione mesta, gonfia di dolore e tristezza, la stessa che lo contraddistingue nei dipinti in cui, insieme a Maria resta, lui solo tra i discepoli, accanto alla croce. E il traditore, Giuda, è proprio in mezzo a loro. Volge il capo in uno scatto nervoso, teso a cogliere dalle parole e dagli sguardi se il suo segreto sia già stato svelato.  

Incredulità, rifiuto e dolore si propagano anche sulla destra. Giacomo maggiore abbassa la testa e allarga le braccia, quasi a scacciare la rivelazione e a impedire ad altri di avvicinarsi a Cristo, in un istintivo gesto di protezione. Dietro di lui Tommaso, incredulo, punta il dito verso l’alto, ad interrogare, a chiedere ancora. Filippo è in piedi ma la sofferenza lo fa chinare in avanti, le braccia al petto a trattenere un’emozione incontenibile, il volto leggermente piegato in un’espressione densa di patos.  

La composizione si chiude con il gruppo di Matteo, Giuda Taddeo e Simone Zelota, che discutono tra loro con espressioni accigliate. Sia le mani di Matteo che quelle di Simone si stendono in direzione di Gesù e guidano lo sguardo dell’osservatore al centro della scena. 

Particolare del “Cenacolo” di Leonardo. Gesù con gli apostoli Tommaso, Giacomo maggiore e Filippo — Fonte: Ansa

Il movimento e il raggruppamento degli apostoli isolano la figura di Cristo che al contrario degli altri è immobile, sereno, con le braccia aperte e distese, pronte ad accogliere la sua croce. Leonardo, com’è facile comprendere, si rifiuta di indicare la sua natura divina attraverso l’artificio dell’aureola. Lo circonda invece di cielo e di luce stagliando la figura sullo sfondo, visibile dalla finestra aperta. 

Anche lo spazio quindi gioca un ruolo fondamentale. L’ambiente semplice, spoglio conferisce per contrasto grandezza ai personaggi. La rigorosa prospettiva, scandita dal cassettonato del soffitto, dalle tappezzerie sulle pareti e dagli sguinci delle tre finestre conferisce unità e profondità all’insieme, nonostante le figure siano tutte disposte in primo piano. La luce chiara, diurna, permette al pittore di lavorare su chiaroscuri delicati, di donare a ogni volto contorni sfumati. 

Questo capolavoro, tra i pochi che l’artista riesce a condurre a termine, suscita immediatamente l’ammirazione di quanti lo vedono. Vasari parla del Cenacolo come di «cosa bellissima e meravigliosa […] è stata dai milanesi tenuta del continuo in grandissima venerazione, e dagli altri forestieri ancora». 

A tradire Leonardo è però la tecnica. Il dipinto, realizzato a secco con un misto di tempera e olio, steso su una preparazione gessosa, deperisce molto rapidamente. Già nel 1517 si registrano notevoli danni e alla fine del secolo si eseguono disegni e copie temendo che l’opera possa essere persa per sempre. Numerosi interventi si sono susseguiti nel corso dei secoli, la maggior parte dei quali non è riuscita a restituire all’opera Il suo originario splendore. L’eccellente restauro eseguito negli anni ’90 ha però liberato l’opera di tutte le ridipinture, salvando il frammenti originali e rendendoli leggibili grazie a una delicatissima acquerellatura dello strato preparatorio. Sebbene quindi l’opera che leggiamo oggi ci appaia sbiadita e lacunosa i minuti frammenti di cui si compone non smettono di abbagliarci con la loro straordinaria potenza espressiva.    

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